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L’aumento della speranza di vita alla nascita è dovuto soprattutto al calo della mortalità infantile

Il monitoraggio delle tendenze demografiche presenti si accompagna alla ricostruzione di quelle passate ed alla previsione di quelle future.

L’approccio demografico permette di gettare luce sui comportamenti dell’uomo comune, laddove essi sono massimamente rilevanti: nascita, matrimonio (o comunque procreazione), morte.

Si realizza così una storiografia dal basso, spesso appoggiata su una buona documentazione, opposta a quella di impronta ottocentesca — attenta alle vicende di pochi grandi individui (quando non anche alle inclinazioni delle “razze”).

Nell’ambito della storia demografica appare di particolare interesse l’indicazione che la speranza di vita nelle società preindustriali era intorno ai 25-30 anni . In realtà l’aumento della speranza di vita alla nascita è dovuto soprattutto al calo della mortalità infantile: fino al XVIII° secolo la probabilità di morire entro i 10-15 anni era intorno al 50%, mentre la longevità non ha invece subito variazioni notevoli.

Dal punto di vista del metodo c’è ancora da segnalare che le tecniche sviluppate dai demografi per l’indagine retrospettiva delle popolazioni — in particolare la ricostruzione delle famiglie — sono preziose per il genetista, ad esempio nello studio delle caratteristiche recessive .

In più, la mortalità umana è stata anche caratterizzata da picchi improvvisi e violenti.

Questo può valere per tutte le specie viventi ma proprio la superiore organizzazione sociale e produttiva ha reso la nostra specie anche più vulnerabile a tali poco gradevoli oscillazioni: se gli eventi bellici hanno avuto nel passato un impatto diretto spesso modesto, è innegabile che l’affollamento in centri abitati e i contatti dovuti ai commerci abbiano di molto favorito la comparsa di epidemie.

Esistono delle dinamiche strettamente biologiche che agiscono in questo senso, oltre a quelle che in circostanze ordinarie temperano la fecondità rispetto al livello teoricamente massimo.

Studi sugli animali dimostrano ad esempio una denatalità da sovrappopolazione; spesso aumenta anche l’aggressività intraspecifica arrivando al cannibalismo, oltre che a pratiche sessuali non finalizzate alla riproduzione, per arrivare addirittura al suicidio collettivo .

L’umanità non sfugge a queste dure regole, sebbene possa mettere in atto strategie essenzialmente culturali. Wrigley fornisce una panoramica delle soluzioni escogitate da diversi gruppi umani oggetto di indagine antropologica: si va dalle interminabili astinenze dei Djuka , agli stratagemmi anticoncezionali degli Achehnese, dalle deviazioni sessuali nei Tikopia agli infanticidi degli eschimesi Netsilik, dei siberiani Ghiliachi e degli australiani Arunta (la lista continua con Nootka, Thlinkeet, Rendille, Bangerang, Narrinyeri, Kurnai, Whatdhaving e Motu Motu).

Ma l’ammortizzatore principale, perlomeno nelle società prevalentemente agricole dell’Europa post-medievale, era rappresentato dalle fluttuazioni dell’età al matrimonio influenzata in particolare dai meccanismi giuridico-economici relativi alla successione. Il fattore che inibì una eccessiva crescita demografica delle popolazioni europee non dipese evidentemente da un ricorso sistematico a pratiche anticoncezionali (proibito da tutte le Chiese), ma dall’età media dei matrimoni che si mantenne piuttosto elevata rispetto all’età della maturazione sessuale.

La procrastinazione delle nozze dipendeva in primo luogo dal fatto che sposarsi significava metter su casa e questo non era possibile finché i giovani non avevano messo da parte qualcosa o non erano venuti in possesso delle proprietà dei genitori.: il modello dominante in gran parte dell’Europa nella prima età moderna era quello “nucleare” e “neoresidenziale”: i giovani che si sposavano, specialmente in ambente popolare e contadino, non andavano ad abitare coi genitori e a formare grandi famiglie patriarcali, ma si stabilivano per conto proprio. Invece nelle famiglie patrizie, dove si cercava di trasmettere da una generazione all’altra il patrimonio, il titolo e la dimora della casata, prevalevano modelli d’altro tipo, con matrimoni combinati in tenera età e residenza della giovane coppia nel palazzo di famiglia.

La conclusione perciò è che gli uomini hanno alterato e continuano ad alterare il corso dell’evoluzione. Questo malgrado molti si illudano oggi che grazie alla moderna tecnologia l’evoluzione biologica dell’uomo si sia arrestata. La verità è che invece è stata accelerata”.

 

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