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L’abbazia di San Martino delle Scale nacque in seguito all’invito fatto, nel 1347, dall’arcivescovo di Monreale Emanuele Spinola ad un gruppo di monaci benedettini del Monastero di San Nicola l’Arena, vicino Catania e alla conseguente donazione del feudo di San Martino, appartenente all’arcivescovado monrealense. La decisione dell’arcivescovo Spinola di restaurare monastero benedettino fondato da Gregorio Magno e distrutto dagli arabi, s’inquadrava, nel contesto del movimento di riforma benedettina, di cui si fece promotore l’abate di Catania Giacomo de Soris, zio del fondatore del monastero di San Martino, il beato Angelo Sinisio.
Alla fine del ‘400 il monastero di San Martino, aderì alla riforma dell’ordine relativa all’abolizione dell’incarico abbaziale perpetuo e si unì alla Congregazione Sicula fra i conventi benedettini sul modello della Congregazione di Santa Giustina di Padova. Essa aderisce alla congregazione Cassinese la più antica tra tutte fondata da S. Benedetto in persona . L’ordine Benedettino è il più antico ordine monastico della Cristianità occidentale ; il suo fondatore S. Benedetto da Norcia nato nel 480 della nostra era , è il patrono d’Europa.
La riforma del monachesimo fu spinta per respingere le accuse abbattutesi sugli ordini monastici, di essersi allontanati dall’insegnamento evangelico e dagli scopi spirituali della loro missione. I monasteri, lungi dall’attenersi alla regola della povertà, erano diventati poderosi gestori di ingenti patrimoni immobiliari, finendo per incidere fortemente nella vita politica ed economica del contesto in cui operavano.
Angelo Sinisio, primo abate del rinnovato monastero di San Martino delle Scale a partire dal 1352, in poco meno di quarant’anni, riuscì a trasformare l’abbazia in uno dei più fiorenti, ricchi monasteri della Sicilia con un patrimonio che, nei secoli successivi, sarebbe diventato sempre più esteso.
La ricchezza del convento nasceva da donazioni fatte dall’aristocrazia cittadina, e dalla borghesia mercantile che vedeva aumentare, così, il suo prestigio sociale, grazie alla concessione di una sepoltura gentilizia presso il convento, o alla celebrazione di messe perpetue per i propri familiari.
L’aristocrazia ,era, portata a cedere beni immobili al monastero, per sistemare i figli cadetti, i quali, al momento dell’ordinazione, conferivano al convento una cospicua dote.
Spessissimo, poi i beni donati, venivano dati in enfiteusi perpetua ai discendenti dei donanti, rimanendo, quindi, all’interno del patrimonio familiare.
C’erano anche degli interessi, politici che incoraggiavano le donazioni; Il potere della Chiesa nella Sicilia rinascimentale,era pressoché assoluto ; risultava opportuno allacciare alleanze con i ricchi e potenti monaci di San Martino, notoriamente influenti sia sull’arcivescovo di Monreale che su quello di Palermo.
Col passare del tempo, divenne tale la potenza del monastero, che si finiva addirittura per pilotare le donazioni con un’opera di convincimento esercitata su coloro che possedevano immobili nell’area del monastero, che venivano incoraggiati con lusinghe e concessioni di privilegi a lasciarli ad esso post-mortem .
Le acquisizioni effettuate dal monastero tra il Tre e il Quattrocento furono quasi esclusivamente di proprietà situate nei dintorni della “grangia” dello Spirito Santo, allo scopo di creare un complesso immobiliare il più possibile compatto.
Tale politica finì per influenzare fortemente l’assetto urbanistico della città di Palermo tenuto conto che alla fine del Trecento il monastero possedeva 71 beni urbani di cui 36 case, 13 complessi edilizi, 13 edifici a carattere commerciale e 10 unità elementari. Molte famiglie reputavano economicamente conveniente ottenere in enfiteusi dagli enti ecclesiastici immobili nel cuore della città, che provvedevano a demolire per edificare sullo spazio ottenuto superbe dimore. E’ il caso del palazzo Abatellis,(sede di un museo regionale) costruito su tre case, alla Kalsa, che Francesco Abatelli aveva ottenuto in enfiteusi dal monastero o del palazzo Aiutamicristo.
Quanto ai fondi rustici, - nel 1368 il monastero possedeva, , già 28 feudi , coltivati prevalentemente a vigna, seguivano poi le coltivazioni di cannamele, di cereali, le colture arboree e gli orti.Tanto per comprendere il livello di ricchezza raggiunto basti pensare che l’arcivescovado di Monreale era la diocesi più ricca della cristianità dopo quella di Roma,ed il vicino monastero Benedettino di S. Martino delle Scale , rivaleggiava in opulenza con esso.
Per la gestione di un simile patrimonio che diveniva sempre più vasto, il monastero preferiva la locazione per quei beni della cui conduzione poteva direttamente occuparsi, quali gli immobili siti a Palermo nella zona del Cassaro, di Seralcadi (territorio compreso tra la parte destra della Cala e l’odierno mercato del Capo), della Conceria (alle spalle della Cala, ai confini con la Kalsa), dove gli immobili davano redditi elevati.S. Panvini
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